Dopo la gravidanza, un altro periodo importante per mamma e bambino è l’esogestazione che consiste nei primi nove mesi dopo la nascita. Questo periodo può essere quasi messo a confronto proprio con i tre trimestri della gravidanza, ma fuori dall’utero.

Subito dopo la nascita nei primi tre mesi il bambino deve adattarsi alla nuova vita e la mamma ha la necessità di adattarsi alla nuova condizione di mamma; i successivi tre mesi sono quelli della tranquillità e dell’incominciare a conoscersi bene, mentre nel terzo trimestre inizia la paura della separazione.

L’esogestazione viene definita come il momento dopo il parto in cui si verifica una vera e propria simbiosi tra mamma e figlio, che porta a ricercare il contatto come un bisogno naturale di entrambi. Momenti di altissimo contatto dunque, di allattamento a richiesta di giorno e di notte, di ascolto, di lentezza, di empatia, di coccole pelle a pelle, di sonno condiviso, di sguardi, carezze e tanta… tanta tenerezza. Purtroppo questo istinto basilare tramandato dalla storia, talvolta si scontra con chi crede di dare buoni consigli dicendo di lasciare il bambino solo nella culla per non viziarlo. Il contatto è un bisogno fisico e di sopravvivenza. Non si deve assolutamente temere di viziare il bambino, anzi gli si infonderà sicurezza perché ascoltato nei suoi bisogni primari di accudimento e alto contatto. Tenere in braccio il bambino e allattarlo inoltre, non ha un valore solo dal punto di vista affettivo e alimentare, ma è anche una prevenzione verso le malattie. Quando i bimbi stanno in braccio alle madri colonizzano la loro pelle e il loro intestino più velocemente di quelli che restano nel lettino.

Ma anche i papà hanno un loro ruolo, ed è quello di accompagnamento, condivisione e partecipazione, oltre che di sostegno alle mamme per quanto riguarda l’allattamento, anche se non tutti prendono parte a questa relazione allo stesso modo. Ci sono papà che già in gravidanza entrano in sintonia con la mamma e il bambino e sono, di solito, i papà che partecipano non solo al parto ma anche attivamente alla cura del neonato adattandosi ai loro ritmi. Un altro gruppo di papà preferisce restare un po’ al di fuori di questa relazione lasciando spazio alla compagna e finendo poi per sentirsi esclusi e spesso le donne, purtroppo, fanno l’errore di staccarsi prima dal bambino proprio per avvicinarsi al compagno, anziché tentare di coinvolgerlo.

Nel momento in cui l’esogestazione volge al termine, il bambino è pronto ad esplorare il mondo. Inizia a gattonare, a conoscere i primi sapori diversi dal latte, spuntano i dentini, realizza di essere un individuo indipendente dalla madre. Ed è lui che darà segnali di voler lasciare il contatto continuo con la madre sapendo però di poter tornare periodicamente da lei come una base sicura. Ma anche la madre esprime il bisogno via via di un po’ di indipendenza. Diventa quindi una conquista reciproca per entrambi che imparano così a vivere, se il periodo dell’esogestazione è stato portato avanti al meglio, il primo distacco in maniera positiva, vedendolo non come una separazione ma come una opportunità dando la possibilità ai figli di sviluppare una personalità solida, una identità chiara e sicura, la libertà a misura di bambino. Ad ogni modo è molto importante che il distacco definitivo dal seno venga vissuto con molta calma, senza forzature e senza scadenze. Anzi l’OMS raccomanda di continuare a nutrire il bambino con il proprio latte, insieme ad altri alimenti (noti come alimenti complementari), fino ad almeno due anni di età.

Più le mamme vivranno questi primi mesi come un dono, più saranno felici e diminuirà la possibilità della depressione post parto, dei conflitti con i loro bambini e con il loro compagno. Il papà deve essere parte integrante in tutto questo, e le donne devono invitarli a farne parte.