La parola, questa grande conquista, questa grande arma della comunicazione. Ma prima della parola cosa c’è? Un bambino acquisisce la parola intorno al primo anno di età e anche a quell’epoca non fa che utilizzarne una principalmente: mamma. E quindi madre e bambino prima della parola come comunicano?

I bambini ci insegnano che esiste una modalità di comunicazione che va al di la del linguaggio verbale, che si costituisce di sguardi, di espressioni visive, di contatti.

La prima e vera modalità di comunicare è sicuramente il contatto, un contatto che nasce ben prima di quando il bambino viene al mondo. Egli è nella pancia della madre e si muove con lei e dentro di lei. Il battito del cuore della mamma, le vibrazioni intestinali, i movimenti muscolari e articolari e i processi enzimatici raccontano al bambino cosa fa la mamma durante il giorno, come sta e cosa prova in quel preciso momento. Viceversa i movimenti del bambino vengono percepiti dalla madre come la narrazione del tempo che egli passa nel suo comodo nido.

Ma questi rumori, questi suoni percepiti, si susseguono tra di loro e si trascrivono sullo spartito di quella che è effettivamente la sinfonia della vita. Inizia con un pianissimo, per poi passare, con un crescendo, da un mezzo forte ad un fortissimo e terminare con un climax. Con il parto però quell’unica sinfonia si divide in due musicalità separate ma coese, armoniche. L’esecuzione dell’opera non si ferma quindi, ma continua e si completa di nuovi elementi.

Il bambino a poco a poco impara anch’ egli ad emettere nuovi suoni e a riconoscere e distinguere i suoi da quelli del resto del mondo, ma ha ancora bisogno di sentire quella musicalità che esprime la presenza della madre. Attraverso l’holding e l’handling di cui parla Winnicott, il contatto è vivo. In momenti come ad esempio l’allattamento, la madre contiene e coccola il bambino e gli canta una dolce ninna nanna.

La voce, così intima e sincera perché incapace di inibire le emozioni, accompagna l’esperienza del bambino. La voce è l’elemento sonoro che il bambino conosce benissimo e che ha imparato ad ascoltare prestissimo, essendo l’udito uno dei primi sensi che si acquisisce nell’intrauterino.

La musica è presente allora dall’inizio della gestazione fino all’ultimo respiro. Musica per giocare, musica per raccontare, musica per calmare e musica per eccitare. Cambia la modalità di esecuzione, cambiano gli strumenti utilizzati, cambiano le modalità dinamiche. Ogni elemento è musica e questa musica è comunicazione.

Sulla base di questi presupposti (e altri) la musicoterapia pone la sua linea di intervento. La musica, intesa come elemento sonoro-musicale, è il linguaggio che viene utilizzato per l’interazione. Un linguaggio non verbale, che riesce ad andare oltre la ragione e a non essere bloccata da questa. In un luogo sicuro, un setting transizionale, terapista e cliente comunicano con il corpo e con le sue sonorità per aprire canali di regressione e provocare creare un cambiamento, una modificazione.

Ma più che soffermarmi sull’aspetto terapeutico della musica, di cui si potrebbe tanto disquisire, penso a quanto man mano questo contatto perda la sua importanza. In primis nello stesso rapporto materno, ma anche tra i pari si tende ad avere un tipo di comunicazione più verbale, abbandonando sempre di più il tatto. Ed in particolare in un periodo in cui la propaganda spinge alla distanza, non bisogna dimenticarsi della percussione di un battito, del rimbombo di uno smack, della vibrazione di una carezza e ricercare il contatto, laddove è possibile, per creare la melodia del nostro essere. Ed è vero che “L’emozione non ha voce” (per parlare), ma suona molto bene!!