“È impossibile non comunicare” (Paul Watzlawick, 1978) e, la parola è solo uno dei canali preposti all’obiettivo. Possiamo guardarci, toccarci, ascoltarci o… ammalarci. Ci sono sintomi che abitano il corpo e altri, che ospitati dal corpo hanno sede nella mente. Ciò può accadere trasversalmente in ogni stadio dell’esistenza. Spesso, accade nell’infanzia. Perché? I bambini non parlano, ma raccontano. Esattamente come i sintomi. Essi stanno sempre al posto delle parole che non si possono dire, dei pensieri che non si possono pensare. Sono desideri di cambiamento, parole informi che invocano la ricerca di senso.

Generalmente, il sintomo del figlio diviene lacrima sul volto del genitore. Il bisogno impellente è arginare la problematica, meglio se nel più breve tempo possibile. Dissimulare può apparire risolutivo: il tentativo è non vedere ciò che si vorrebbe cancellare. E così, quanto si è tentato di eliminare, cresce, ingombrando pensieri e relazioni significative. L’alternativa, altrettanto illusoria, è delegare la cura agli esperti: ciò accade poiché i genitori si sentono inattrezzati, e mai disinteressati. Ma non si può non vedere il sole; non si può delegare quanto ci riguarda. I genitori restano i migliori conoscitori del bambino, nonché i suoi interlocutori preferenziali. Il sintomo di un figlio interroga sempre il suo sistema familiare. Si annida tra le pagine degli album di famiglia e ne richiede la rinarrazione.

Il malessere di un bambino dunque, può diventare per la famiglia una preziosa possibilità: di vicinanza, ascolto e cambiamento condiviso. I genitori, “semplicemente” vivendo, raccontano il mondo ai figli; i bambini, guardando ai genitori, semplificano la complessità del mondo e la attraversano.

Il sintomo disorienta tanto i genitori quanto i figli.  Se il disorientamento attiva i genitori, i figli ne seguiranno l’esempio e, come loro, si attiveranno per far fronte al sintomo. Insieme, ciò che è difficile potrà essere affrontato, compreso e superato. La sfida dunque, è accettare la sfida del sintomo, che sovverte l’equilibrio familiare e conduce alla trasformazione. Il cambiamento è complesso, ma la staticità (spesso scambiata per stabilità) è ancor più rischiosa.

Quando ci si confronta con la problematicità di un figlio, si può trasformare la paura in curiosità, l’angoscia in possibilità di vicinanza; si può prendere per mano il proprio bambino per avviarsi, insieme, alla terapia. Pensarsi insieme, nella difficoltà come nella stanza di terapia, rende la strada percorribile. Insieme, si raggiungono traguardi più luminosi, ove il sintomo può cessare di esistere, poiché il suo messaggio è stato svelato.

 

Bibliografia

Watzlawick P., J.H. Beavin, D.D. Jackson, Pragmatica della Comunicazione Umana, Astrolabio Ubaldini Editore, Milano, 1978.

Andolfi, M. Falcucci, A. MAscellani, A. Santona, F. Sciamplicotti, Il bambino come risorsa nella terapia familiare, Accademia di Psicoterapia della famiglia, Roma, 2007.

Andolfi, Il bambino nella terapia familiare, Franco Angeli, Milano, 2014.