Era il pomeriggio di un venerdì di fine novembre 2006 quando la nostra vita cambiò.

Fummo chiamati dall’Associazione alla quale ci eravamo affidati, era giunto il momento: qualcuno ci stava aspettando dall’altra parte del mondo.

Il nostro sogno si realizzava ogni oltre aspettativa.

Il cuore batteva all’impazzata, mille le emozioni che si alternavano dentro di noi, davanti a quelle schede che riportavano dei nomi e delle informazioni ma non dei volti. Eppure senza che neanche ce ne accorgessimo eravamo innamorati pazzi di quei tre fratellini colombiani, due maschietti e una femminuccia.

Non riuscivamo a crederci, accettammo senza indugio, firmammo e subito dopo, una foto in bianco e nero dava un volto a quelle meravigliose creature che il nostro cuore già amava intensamente.

Il cuore stava per esplodere dalla felicità, finalmente la vita sembrava sorriderci.

Dinanzi a quei visi così belli e teneri, dimenticammo tutto il dolore che avevamo provato fino ad allora: la vita ora aveva un senso, il nostro futuro, la nostra famiglia, vedevamo tutto in modo diverso.

Ora potevamo dare la buona novella a chi ci era stato accanto e avrebbe condiviso la nostra felicità.

Un po’ tutti rimasero sconvolti dalla nostra decisione di adottare tre bambini, qualcuno pensò che eravamo pazzi, qualcuno che stavamo sottovalutando la situazione, che eravamo degli irresponsabili, ma alla fine in tanti ci appoggiarono.

L’euforia nei mesi successivi si alternava all’ansia dell’attesa dell’incontro.

I mesi che ci separavano  furono destinati a preparare la casa che avrebbe accolto i nostri figli e i bagagli per quel lungo viaggio che ci attendeva.

Il 26 febbraio 2007 partimmo per Bogotà dove incontrammo il legale che ci assistette nelle pratiche burocratiche e nella gestione quotidiana.

Il 1 marzo 2007 eravamo a Pasto una località nel sud della Colombia, erano le 6 del mattino, avremmo incontrato i bambini alle 11,00 ma noi eravamo già pronti.

Ci chiedevamo come sarebbe stata la nostra vita dopo che avremmo incontrato i nostri figli. Gli saremmo piaciuti? Ci avrebbero accettati come mamma e papà? Saremmo stati in grado di occuparci di loro? Saremmo stati dei bravi genitori?

L’avvocato, dopo colazione, ci accompagnò a prendere il necessario per una piccola festicciola, i regali li avevamo già comprati (macchinine telecomandate per i maschietti e una bambola che cantava per la piccolina).

Giungemmo in una sede distaccata del Tribunale, ci attendevano l’assistente sociale che aveva seguito i bambini e la responsabile delle adozioni.

Quest’ultima ci informò su tutti gli aspetti legali e sulle procedure, tutto in spagnolo.

Seguimmo attentamente le sue parole, l’avvocato si preoccupò di tradurre alcune frasi affinché fosse tutto chiaro. A un certo punto fummo distratti dalle voci che provenivano dal corridoio.

Ed ecco finalmente che i bambini entrarono nella camera, ci vennero incontro, ci abbracciarono, le lacrime iniziarono a scendere senza controllo sui nostri volti.

 

Sui loro volti c’erano sorrisi ma anche qualche lacrima, era gioia? Era paura? In fondo eravamo due estranei ai quali stavano affidando le loro giovani vite.

Gli consegnammo i regali, tagliammo la torta, festeggiammo felici e poi… ci stringemmo le mani e ci dirigemmo al taxi, eravamo pronti insieme ad affrontare la nostra nuova vita.

L’assistente sociale ci fermò, voleva salutare i bambini.

Anche lei era incredula, i bambini avevano fretta di andar via.

In taxi scambiammo qualche parola rigorosamente in spagnolo: per mio marito fu semplice, bastò aggiungere una S.

Arrivati in albergo gli mostrammo la loro camera, bella grande con tre lettini, sopra c’erano i pigiamini rossi che avevamo portato dall’Italia e un pupazzo di peluche per i principini e un bambolotto per la piccola principessa.

Foto, sorrisi, incredulità da parte di tutti per l’affiatamento creatosi in così poco tempo.

Tra l’imbarazzo e l’impaccio da parte nostra li aiutammo a lavarsi e a cambiarsi, ci sentimmo felici e per la prima volta genitori a tutti gli effetti.

Primo pranzo a tavola insieme, i loro occhi scrutavano ogni novità.

Incuriositi, per loro tutto insolito, nuovo, fecero mille domande.

Tra risate e chiacchiericcio in spagnolo, in italiano, in un misto di lingue tutto sembrò scorrere naturalmente.

Nel pomeriggio visitammo il centro commerciale per acquistare vestiti nuovi, scarpe, intimo e tutto quanto fosse necessario, poi cena fugace e presto a letto.

Li riempimmo di coccole e di baci.

Dopo la preghiera gli rimboccammo le coperte, demmo loro il bacio della buona notte e poi rimanemmo a guardarli fino a che stanchi crollarono dal sonno.

Andammo a letto anche noi ma l’adrenalina e la felicità non ci fecero chiudere occhio, ripensavamo a quanta gioia stavamo provando, a come ci eravamo sentiti quando per la prima volta ci avevano chiamato MAMMA e PAPÀ, come era bello quel suono che veniva fuori dalle loro dolci vocine.

Il mattino dopo appena svegli si infilarono nel nostro letto in cerca di abbracci, baci e coccole.

Dopo colazione, andammo al parco a giocare insieme, felici come non lo eravamo mai stati.

Non lo sapevamo ma nel pomeriggio l’assistente sociale e la responsabile delle adozioni vennero per controllare le condizioni dei bambini, il loro armadio e per vedere come procedeva l’integrazione.

Trovarono i bambini sereni e felici.

L’integrazione arrivò molto prima del previsto, così come tutte le autorizzazioni.

Rimanemmo in Colombia ventotto giorni durante i quali visitammo Bogotà e dintorni.

Utilizzammo i nostri momenti di vita familiare imparando a conoscerci e insegnando loro un po’ di italiano.

Finalmente tutti i documenti erano pronti, potevamo tornare in Italia, nella nostra casa.

Eravamo partiti in due e tornavamo in cinque.

Il viaggio fu lungo ma divertente, eravamo due genitori alle prese con i nostri tre figli eppure tutto sembrava così naturale, eravamo affiatati e uniti come mai avrei creduto.

Ora mi sentivo uguale alle altre donne, nessuno mi poteva dire “tu non puoi capire”, eravamo in grado di gestire tre bambini allegri, vivaci, astuti ma dolcissimi.

Non sono mancati alcuni momenti di sconforto e di panico nel gestire alcune situazioni, ma sapevamo che facevano parte dell’essere genitore.

Arrivati all’aeroporto di Bari tutti i nostri parenti e amici spinti dalla curiosità e dall’affetto nei nostri confronti si fecero trovare lì ad accoglierci.

Fu una grande gioia per tutti.

Arrivammo finalmente a casa e solo quando chiudemmo la porta dietro di noi, avemmo la conferma che ora avevamo una BELLA FAMIGLIA.

 

Per chi volesse recuperare la prima puntata, può leggerla qui