I Disturbi del Comportamento Alimentare

I Disturbi del comportamento alimentare (DCA) rappresentano un’epidemia sociale, che ferisce in particolare le giovani vite di bambini e adolescenti.

Quando si soffre di un DCA, le abitudini alimentari si stravolgono e il pensiero per il corpo diviene totalizzante. La vita è bloccata dagli imperativi del sintomo: abbuffarsi, digiunare, pensare al cibo per non pensare, per non penare. Il digiuno, le abbuffate, il vomito autoindotto, l’iperattività, sono messaggi: gli unici che si è in grado di inviare. Perché?

Esistono storie senza voce, che la bocca fatica a raccontare; il cibo le intercetta e ne diviene narratore. Le bocche sono silenti, ma i corpi parlanti. Gli occhi sono spenti, in quelle vite accese dal dolore. Vite messe alla prova, che mettono alla prova la vita. Per vivere bisogna mangiare, ma quando non si sa più vivere, può accadere che non si sappia più mangiare.La vita allora si ferma: si interroga. E così, ci si  ammala perché si ha il coraggio di chiedersi “perché”: “Perché esisto?”, “ Perché soffro?”, “Perché la vita?”, “Perché questa vita?”. Il corpo diviene il luogo su cui affiggere tali interrogativi; il cibo il canale privilegiato per veicolarli. L’alterazione allora, non è solo nella relazione con il cibo, ma nella relazione con la vita, che da alleata diviene nemica, allorché troppe volte ha ferito invece di nutrire.

“Noi siamo ciò che mangiamo” (Feuerbach, 1800) e spesso, come mangiamo racconta chi siamo. L’anoressia svuota i corpi, la bulimia le credenze. Il sintomo denuncia il vuoto di sé; camuffa l’identità nel disperato tentativo di disvelarla. La diagnosi sugella il senso identitario e così, si diventa il proprio sintomo: si dice di essere anoressici o bulimici e non di soffrire di anoressia o bulimia. Il disturbo rappresenta una modalità di stare al mondo e contemporaneamente, il disperato tentativo di cambiare le condizioni della propria esistenza. Ci si annienta si, ma per potersi cercare. Perché siamo fatti per vivere e non per morire. E così, si scompare per essere visti; ci si nasconde per essere trovati; ci si ammala per essere aiutati. La “mano” verso cui si tende è generalmente la più conosciuta: quella familiare. Per curarsi bisogna incontrarsi, ritrovarsi. Il luogo dell’appuntamento con sé stessi è la famiglia. È da qui che si parte, si fugge, ed è qui che occorre far ritorno. La malattia infatti, non è mai solo del singolo: ad ammalarsi è tutta la famiglia. Il cibo racconta la propria storia personale e familiare: prende il posto delle parole che non si possono dire, dei segreti che non si possono narrare, delle emozioni che non si possono toccare. Il sintomo allora, va ascoltato, prima che eliminato. Il suo messaggio, generalmente, denuncia la ferita del desiderio e la dedizione alla rinuncia. Per decifrarlo, bisogna imparare ad ascoltarsi, per poi riuscire a farsi ascoltare entro le proprie relazioni significative.

I DCA mettono in crisi certezze individuali e familiari. Ma la crisi è trasformazione. Bisogna avere il coraggio di attraversarla e di lasciarsi cambiare. Così, il messaggio sintomatico si trasformerà in parola, da parlare ed ascoltare. Solo allora il cibo potrà smettere di parlare.

 

BIBLIOGRAFIA

  • Andolfi, Manuale di psicologia relazionale, ed. APF, Roma, 2003;
  • Dalla Ragione, La casa delle bambine che non mangiano. Identità e nuovi disturbi del comportamento alimentare, Pensiero scientifico Editore, Roma, 2009;
  • Minuchin, Famiglie psicosomatiche. L’anoressia mentale nel contesto familiare, .Astrolabio, Roma, 1980.
  • Onnis, Il tempo sospeso, ed. FrancoAngeli, Milano, 2013