Il dolore del parto è l’unico dolore sano, naturale e fisiologico con cui avremmo mai l’occasione di poterci confrontare nella vita.

È un dolore positivo, costruttivo, funzionale, fondamentale.

Contrazione dopo contrazione, pausa dopo pausa, conduce la donna sempre più vicina al suo bambino che tanto è stato atteso, tanto è stato desiderato.

Le donne, da sempre indiscusse guerriere, racchiudono dentro di loro una tale forza e potenza a dir poco inimmaginabili, sono perfettamente in grado di vivere l’esperienza del travaglio e del parto senza aiuti o ausili esterni ma semplicemente attingendo alle loro risorse più profonde, più ancestrali, più funzionali alla naturalezza del parto stesso.

Ma qual è realmente la funzione del dolore in travaglio?

Fondamentalmente, il dolore induce nell’inconscio alla ricerca naturale di un ambiente intimo, silenzioso, sicuro, caldo e accogliente, protetto, ideale per compiere il “miracolo”; smuove qualcosa nel profondo per condurre la donna alla ricerca spontanea di movimenti e posizioni orientate all’ascolto del corpo, alla corretta distensione dei tessuti e al miglior adattamento e posizionamento del bambino all’interno degli spazi nel bacino materno, al suo trovare la miglior strada per venire al mondo; segnala la trasformazione dell’utero che, mutando le sue forme e le sue laboriosità attraverso la maturazione della cervice e la distensione del perineo, contiene il piccolo al suo interno prima, per poi regalarlo al mondo dopo; prepara all’immensa gratificazione in divenire, prepara all’attesa, alla pazienza, alla fatica, alla forza, prepara la donna all’ascolto interiore di se stessa e del suo piccolo.

Indiscussi co-protagonisti di questo passo a due mamma-bambino chiamato travaglio, sono senza dubbio gli ormoni, tali ossitocina, endorfine e adrenalina che, alternandosi e compensandosi, generano un cocktail incomparabile ed esclusivo responsabile del susseguirsi delle contrazioni e delle pause, oltre che del senso di benessere, gratitudine, competenza e rilassamento che si instaura nel bel mezzo di queste ultime.

Cosa può allora essere davvero d’aiuto durante il travaglio per poter meglio gestire il dolore?

Sostanzialmente, la regola numero uno consiste nel lasciarsi andare, nell’accogliere quel dolore abbracciandolo profondamente, nell’abbandonarsi completamente a lui, agli scorrevoli fiumi di ossitocina ed endorfine e all’apertura astratta e concreta del proprio corpo, della propria mente, nell’accettare che qualcosa di straordinario è proprio lì, pronto per accadere, dando così modo alla natura di raccontare la sua storia, di compiere il suo percorso naturale, così come ha sempre fatto sin dalla notte dei tempi.

Anche il giusto ambiente, fisico e umano che sia, gioca un ruolo chiave: un ambiente incoraggiante, stimolante, intimo, non giudicante, accogliente e coinvolgente può essere profondamente impattante nel pieno contesto del parto, così come la vicinanza costante alla donna (solo se lei lo desidera) del proprio compagno di vita o di una persona di sua scelta che possa infonderle fiducia in se stessa e sollievo fisico e mentale. La continuità d’assistenza da parte di una stessa e fidata ostetrica è difatti un fattore altrettanto importante se si vuol parlare in termini di fiducia e coinvolgimento.

O ancora, altri fattori altamente cooperanti, utili per meglio gestire il dolore in travaglio sono, ad esempio, il libero movimento del corpo, l’uso dell’acqua e la corretta respirazione.

Il movimento e le libere posizioni del corpo sono le principali risposte fisiologiche al dolore: di fatto, però, non esiste una posizione antalgica per eccellenza ma, a seconda della localizzazione del dolore, del particolare momento del travaglio e anche in base al posizionamento del bambino, sarà la donna stessa a ricercare e trovare la posizione che meglio si addice a lei in quel momento e che le dia per l’appunto maggiore sollievo. Può stare in piedi, poggiata in avanti, seduta sulla famosa palla da pilates, aggrappata a una liana, distesa, sul fianco, a carponi, in ginocchio, insomma, in qualunque modo la donna desideri, apportando così notevoli benefici come, ad esempio, la riduzione dei tempi complessivi del travaglio, degli sforzi durante la fase di spinta attiva, delle anomalie del battito cardiaco fetale e del ricorso alla temutissima episiotomia o altre manovre spesso innecessarie, o ancora può avvantaggiare l’incremento del benessere del bambino, del coinvolgimento del partner e del grado di soddisfazione della mamma.

Un altro mezzo potentissimo per gestire il dolore è sostenuto dall’acqua in quanto favorisce il rilassamento e la liberazione di endorfine, offrendo piacevoli sensazioni tattili di calore, che sia essa utilizzata tramite impacchi umidi caldi/freschi, docce calde o bagni in vasca, magari associati altresì a rilassanti massaggi sacrali, per poi spesso terminare in meravigliosi (e altroché sicuri) parti in acqua. O ancora, altrettanto d’impatto possono essere la corretta respirazione, l’utilizzo della voce e del canto carnatico, dell’aromaterapia o della digitopressione.

Insomma, per quanto dura e faticosa possa essere l’esperienza del parto, la miglior ricetta è questa: lasciarsi trasportare, lasciarsi andare all’apertura, al cambiamento, all’accoglienza del bambino: il dolore altro non è che un alleato, un compagno, un complice lungo il cammino del venire al mondo. Ci sarà un momento in cui quelle grandi onde chiamate contrazioni parranno essere insormontabili, ingestibili, incontenibili: non potremmo imparare a fermarle ma potremmo imparare a cavalcarle, onda dopo onda, finché alla fine, al culmine dello stremo e della tempesta, ci sarà un’ultima, fortissima, immensa onda… e poi sarà tutta lì, racchiusa in quell’angolo di mondo, la più estrema, incredibile, infinita felicità. Il mare ritornerà calmo e il cielo diventerà limpido. E su quelle onde, ormai leggere e impercettibili nel loro dolce cullare, ci saranno due nuove anime unite per il resto della vita.