Desiderare un figlio e diventare genitori sono due processi distinti e distanti nel tempo: il desiderio segue prima un percorso individuale fatto di fantasie e di immaginazione, una sorta di concepimento mentale, che spesso la coppia vive separatamente prima che diventi un progetto condiviso. È il tempo delle fantasie, delle aspettative che, come sottolinea Hammer Burns[1], danno sostanza al figlio fantasticato che entrambi i coniugi hanno elaborato molto prima della loro unione nei sogni infantili e che, in questa fase, diventano possibili, concreti e fondanti del progetto più  ampio di diventare una famiglia. Una coppia, nel momento in cui progetta di diventare una famiglia, collocandosi nell’intersezione di due storie familiari, rende visibile l’unione di due persone[2] e sancisce il valore di profondi e complessi legami intergenerazionali e il bisogno implicito di dare continuità alla propria stirpe[3].Gli individui sviluppano una mappa mentale del ciclo di vita e si aspettano che certi avvenimenti accadranno in determinati periodi della loro storia, stimolando l’introiezione di una sorta di orologio sociale che indica quanto ci si può sentire fuori o dentro quel tempo. Fino a qualche tempo fa questo orologio sociale era molto più stringente, ma per certe scelte, come quella di avere un figlio, la coppia deve fare i conti anche con il proprio orologio biologico in considerazione del fatto che più avanza l’età e più tende a ridursi il tasso di fertilità. Nel passato la procreazione era vissuta prevalentemente come il frutto di un destino casuale e poco controllabile. Oggi la coppia, almeno su un piano ideale, pianifica un figlio in una fase della vita avvertita come stabile e autonoma e, di conseguenza, fa uso di anticoncezionali nei rapporti sessuali. Ne consegue che, una eventuale gravidanza, non programmata dalla coppia, rappresenta un evento imprevisto che modifica i suoi progetti (soprattutto nel caso abbia deciso di non volere figli) e mette nella condizione di decidere se tenere o no il bambino.

La distinzione apparentemente sottile tra diventare genitori e avere bisogno di un figlio, è in realtà sostanziale: nel primo caso c’è il profondo desiderio di investire le proprie risorse personali e relazionali per vivere l’esperienza genitoriale e amare un figlio; nel secondo caso, si ha un assoluto bisogno di quel bambino perché la sua nascita “servirà” a soddisfare bisogni e aspettative o a colmare dei vuoti più o meno consapevoli di ciascun partner o delle reciproche famiglie. Si tratta di figli che, ancora prima di nascere, vengono investiti di una “missione da compiere” e che, permanendo queste aspettative rigide, saranno “figli invisibili” nella loro soggettività e nei loro bisogni, destinati ad assumere “funzioni di servizio” alle necessità della coppia.

Il diventare genitori per la maggior parte delle coppie  può essere considerato il progetto naturale cui si aspira per dare un senso di completezza a se stessi, un valore alla propria unione e per sentirsi creatori di un ponte tra generazioni. Solo fino a poche decadi fa, qualche tempo dopo il matrimonio arrivava una telefonata, più spesso della madre della sposa, con la fatidica domanda: “Novità?” per sapere se la figlia era o meno in stato interessante. L’insistenza di questa domanda o l’espressione pressante negli occhi dei genitori era direttamente proporzionale al tempo che passava. E dopo alcuni anni senza la risposta che ci si aspettava subentrava un clima di imbarazzo e l’argomento finiva per essere evitato. Le famiglie si potevano sentire troppo invadenti e spesso lasciavano che le coppie affrontassero da sole queste prime difficoltà. Questa dinamica non è ancora scomparsa del tutto nella realtà italiana, soprattutto in famiglie invischiate, con un forte livello di dipendenza intergenerazionale[4]. Ma anche laddove i familiari mantengono una distanza discreta, la coppia, con il passare del tempo, comincia a fare i conti con una certa inquietudine causata dall’incertezza legata all’esito del progetto di avere un figlio. Si alternano sentimenti contrastanti che vanno  da una iniziale rassicurazione fino all’insorgenza  di veri e propri stati d’angoscia che provocano un’altalena di emozioni, un’onda d’urto che comincia a “testare” la tenuta del legame coniugale. Nella coppia si può insinuare una sorta di allontanamento o evitamento e i coniugi possono smarrire il senso del loro progetto di vita insieme. E’ questa una fase delicata e difficile in cui marito e moglie hanno bisogno di una buona dose di intesa e di confidenza, necessarie per accogliere e contenere le ansie e i timori che una simile sfida comporta.

 

[1]HAMMER BURNS, L.,Infertility a boundary ambiguity: one theoretical perspective, Family Process 26, 1987,  pp. 359-372.

[2]BINDA, W., GRECO, O., COLOMBO, T., La nascita di un figlio nella trama di una famiglia estesa, Attraverso lo specchio, 1989, pag. 23.

[3]CIGOLI, V., SCABINI, E., Il famigliare. Legami, simboli e transizioni. Milano: Raffaello Cortina, 2000.

[4] ANDOLFI, M., CHISTOLINI, M., D’ANDREA, A. ,La famiglia adottiva tra crisi e sviluppo, Franco Angeli, 2017, pag. 83.