Nella scuola il concetto di “qualità” riveste un’importanza fondamentale; esso richiede che vengano costantemente tenuti presenti gli aspetti emotivi, affettivi, relazionali, sociali dei bambini poiché  incidono in maniera estremamente significativa nel processo di apprendimento e nella formazione globale di coloro che rappresentano il futuro della nostra società.

Lavorare sulla qualità piuttosto che sulla quantità è una conquista pedagogica che ha portato a concentrare l’attenzione sulle modalità   più idonee a favorire l’acquisizione delle competenze di ciascun alunno.

La distinzione tra i termini quantità e qualità è stata anche ampiamente trattata e sottolineata  da Jean Piaget quando parla di pensiero del bambino che differisce appunto qualitativamente rispetto a quello dell’adulto.
Lo psicologo ginevrino ci ha dimostrato attraverso le sue ricerche come il modo di ragionare cambi in relazione allo stadio cognitivo raggiunto, ne deriva che il bambino non possiede un’intelligenza quantitativamente inferiore a quella dell’adulto poiché la differenza è di tipo qualitativo.
Qualità quindi è il termine chiave che si combina con scuola, pensiero e formazione. Ecco allora la scuola assumere responsabilità ancora più articolate rispetto al passato,  essa infatti deve concentrarsi non solo sul cosa raggiungerema anche sul come.

Quando ci si pone nella prospettiva dell’attenzione alla qualità della vita scolastica, l’obiettivo prioritario e imprescindibile è quello dello stare bene a scuola; la scuola  non può più essere un luogo in cui bisogna andare, ma un ambiente in cui fa piacere stare; essa deve costituire uno spazio aggregativo in cui scompare l’imperativo categorico che ordina di frequentare la scuola e deve emergere la voglia e la piacevolezza di vivere la scuola.
Favorire questo passaggio dal “dovere” al “piacere” significa fornire approcci stimolanti alla conoscenza in cui la partecipazione attiva, la ricerca, la scoperta, il fare guidano verso una connotazione positiva dell’imparare.

Non più, quindi, trasmissione del sapere attraverso lezioni frontali in cui il ruolo attivo appartiene esclusivamente al docente  ma attività e luoghi che riconoscano il diritto all’esperienza diretta, all’azione, alla sperimentazione, alla manipolazione di materiali e simboli.

In quest’ottica e nella consapevolezza di quanto emerso dai lavori di Howard Gardner sulla molteplicità delle intelligenze, si inseriscono i laboratori, ambienti che aprono ad esperienze più ampie e attive attraverso  percorsi piacevoli, stimolanti, non competitivi ma cooperativi.

Bruno Munari, artista e designer da sempre attento all’infanzia e al suo esprimersi creativo, ne Il castello dei bambini a Tokio ci parla di questo immenso edificio e del suo valore formativo che si sviluppa attraverso la realizzazione dei più vari laboratori: “Questo edificio, che può accogliere anche cinquemila visitatori contemporaneamente, è certamente il luogo più avanzato nel mondo dove i bambini di ogni nazionalità possono sviluppare la propria personalità secondo le tendenze individuali.
Ci sono laboratori di ogni tipo: dai giochi infantili all’elettronica, dalla pittura alla musica, dall’atletica al canto, e poi piscina, teatro, giochi all’aperto sulle terrazze, dalla bambola al computer. E’ un luogo dove i bambini possono passare intere giornate giocando da un laboratorio all’altro e imparando allegramente molte attività utili allo sviluppo individuale” (B. Munari, 1995, p.9) .

Laboratori che consentano quindi di esprimersi, fare ricerca, agire, sperimentare, liberare le proprie emozioni e la propria fantasia, relazionarsi con gli altri e apprendere senza subire il peso dell’apprendimento.

 

Panta rei diceva Eraclito; anche se ci immergiamo nello stesso fiume l’acqua è sempre diversa e nuova: tutto scorre, tutto cambia.
Non si può pensare che la scuola sfugga a tale principio, che non si assoggetti alla filosofia del divenire: anch’essa deve cambiare, mutare in una realtà che cambia.

Frabboni da tempo manifesta chiaramente questa necessità che possiamo riscontrare anche quando afferma che “occorre avviare una rivoluzione copernicana dentro la tradizionale architettura organizzativa della scuola (imprigionata nella burocrazia didattica delle singole classi, delineate da spazi-aula e governate da insegnanti tuttofare, per lo più tuttologi).
Questo il ‘cambio’ radicale: va acceso ‘disco verde’ all’openclassroom, alle classi aperte, a un nuovo assetto spaziale della scuola capace di fornire a tutti gli allievi (maschi e femmine, piccoli e grandi) elevate cifre di vita sociale e di qualità cognitiva quanto a modo collettivo di fare cultura: attraverso la loro aggregazione/disaggregazione/riaggregazione in gruppi mobili ed eterogenei di studio, ricerca e creatività “ (F. Frabboni, L. Guerra, C. Scurati, 1999, p.71).

Questa l’opportunità offerta dai laboratori: realizzare un nuovo modo di vivere la scuola per una vita scolastica di qualità. Laboratori, quindi, come luogo di apprendimento e di vita relazionale, i più idonei a favorire quel passaggio dal ludico al ludiforme auspicato da Visalberghi affinché la società futura non sia costituita da individui capaci solo di replicare quanto già fatto in passato ma da persone capaci di costruire nuove prospettive in direzione di un miglioramento della vita di tutti e di ciascuno.

Bibliografia

  • Frabboni, L. Guerra, C. Scurati, Pedagogia. Realtà e prospettive dell’educazione, Bruno Mondadori, Milano, 1999.
  • Gardner, Formae mentis. Saggio sulla pluralità dell’intelligenza, Feltrinelli, Milano 1996.
  • Munari, Il castello dei bambini a Tokio, Einaudi Ragazzi, Torino 1995.
  • Piaget, B. Inhelder, La psicologia del bambino, Einaudi, Torino 2001
  • Visalberghi, Insegnare ed apprendere. Un approccio evolutivo, La Nuova Italia, Firenze, 1988.