Il tempo che la coppia vive dopo la diagnosi definitiva di infertilità è un tempo pieno di delusioni e di paure, ma è anche un tempo per riflettere sul futuro. La durata e la qualità di questo tempo è soggettiva e mette a dura prova la coesione della coppia, la capacità di tollerare l’alternanza di stati depressivi a sentimenti di speranza nel futuro ma, soprattutto, di accettare l’impossibilità a procreare. In questo senso si pone per i coniugi l’interrogativo di voler costruire  una nuova alleanza coniugale che li metta in condizione di affrontare la vita e le scelte da intraprendere insieme. La difficoltà maggiore è quella di sincronizzare i tempi di ciascuno dei due. Quando un coniuge propone di volersi prendere un tempo più lungo per riflettere e abbandonare definitivamente il progetto di avere un figlio proprio, l’altro coniuge, invece, potrebbe avere già maturato una sua scelta, come quella di adottare un figlio: questo diverso timing può spingere la coppia ad aprire un dialogo per esplicitare le proprie diverse posizioni e trovare una mediazione oppure può subentrare un atteggiamento di accondiscendenza implicita di uno dei due per non dispiacere l’altro che ha già preso una decisione. Cosi quella che deve essere una scelta responsabile viene sentita come un atto dovuto e riparativo per il danno provocato al partner attraverso il proprio limite procreativo[1].Una volta trovato il giusto timing per entrambi e una motivazione congiunta si potrà prendere in considerazione la possibilità di adottare un figlio: questo condurrà la coppia in un mondo sconosciuto, pieno di domande e di incertezze dove bisognerà conciliare il come si fa con il che cosa si fa. Il primo interrogativo riguarda gli aspetti concreti e pratici del processo adottivo: quanto tempo ci vuole, quali documenti occorre fare, qual è l’iter da seguire, quanti soldi vanno investiti, specialmente  se si ha intenzione di seguire l’adozione internazionale, ecc. Il che cosa si fa affronta le motivazioni profonde individuali e di coppia relative alla scelta adottiva in modo che questa sia il frutto di un desiderio e non di un bisogno riparativo della coppia. Al di la delle difficoltà intrinseche della coppia, i coniugi che si dichiarano pronti ad adottare dovranno confrontarsi con una serie di luoghi comuni e pregiudizi relativi a quello che comunemente la gente dice sulla esperienza adottiva. Come evidenziano Cigoli e Scabini[2], uno dei più frequenti luoghi comuni, è di manifestare un apprezzamento smisurato verso la scelta della coppia (“Ma quanto siete generosi!”, “che bel gesto che state facendo!”) e dopo, quando un bambino entrerà a far parte di quella famiglia, un deplorevole quanto dannoso riconoscimento di essere stato salvato (“Sei stato proprio fortunato ad aver trovato una famiglia”) il che spesso, sottintende il massaggio di dover manifestare riconoscenza  verso i “salvatori”. Questi stereotipi sociali pongono la scelta adottiva sotto un alone di falso pietismo piuttosto che riconoscerne il valore di un “dono reciproco”: il bambino, infatti, vede riconosciuto il suo diritto a vivere in una famiglia, quando quella di nascita non ha potuto svolgere in maniera adeguata la sua funzione di accudimento e cura e la coppia vede realizzato il desiderio, a lungo agognato, di poter diventare genitori. L’adozione rappresenta una delle esperienze più significative di confronto affettivo con la diversità; la coppia dovrà prima di tutto accettare la propria diversità (il limite procreativo) e dopo adoperarsi per accogliere con amore un figlio nato da altri: un impegno che vede coinvolti non solo i genitori, ma anche la famiglia allargata e l’intera società. Un bambino adottato frequenterà la scuola, andrà al catechismo o in palestra, giocherà nel cortile con altri bambini e, quindi, dovrà vivere la sua diversità in maniera serena sentendo che è sostenuto da un clima di accoglienza e di protezione. Alcuni stereotipi sociali divenuti frequenti con l’aumento delle adozioni internazionali, possono riguardare il colore della pelle e il Paese di provenienza del bambino che potrebbe subire il medesimo processo di emarginazione che vivono sovente gli immigrati; altri dubbi e paure possono scaturire, invece, da storie di alcolismo e di tossicodipendenza dei genitori di nascita e dalle possibili conseguenze sul bambino. Sul piano sociale è ancora difficile sradicare una modalità di pensiero – compensativo/riparativa” che si ispira al principio: “Se c’è stato un danno come l’abbandono di un bambino o l’inadeguatezza di una famiglia a farlo crescere, per risolvere il problema è sufficiente trovare una coppia che sia affettuosa e che gli voglia bene!”. La logica che si basa sull’enfatizzazione del trauma del bambino e sull’amore incondizionato dei nuovi genitori, è troppo riduttiva per spiegare la complessità dell’esperienza adottiva. Non è infrequente incontrare genitori che dichiarano di avere fatto di tutto per quel figlio tanto deprivato e che vogliono sapere dove hanno sbagliato, come se non si sentissero mai all’altezza del compito richiesto e non avessero quelle “qualità eccezionali” che, nelle loro aspettative, come in quelle del contesto sociale, immaginano di dover possedere. La coppia adottante, pertanto. non deve essere perfetta e, come afferma uno dei principi chiave della legge 149 del 2001[3], deve dichiarare la propria disponibilità ad adottare un figlio.

Ciò pone al centro della scelta adottiva il bambino, il suo diritto a vivere in una famiglia e all’interno di relazioni affettive stabili e significative: la coppia, attraverso l’adozione, dovrà porre il benessere e la cura del bambino al di sopra del proprio bisogno di genitorialità e di normalità, di fronte al contesto sociale. Saranno le esperienze di resilienza, sia della coppia che del bambino e le loro risorse, individuali e relazionali, a trasformare un’esperienza dolorosa per i traumi subiti in un apprendimento di vita e in una testimonianza di amore reciproco. L’incontro autentico tra le sofferenze vissute dai genitori e dal bambino in tempi e contesti diversi, ha di per sé un grande valore evolutivo, contrastano la visione deterministica dell’esperienza traumatica basata sul principio che un abbandono comporterà automaticamente la comparsa di problemi psicopatologici.

Il percorso adottivo presenta molti interrogativi e ostacoli che vanno superati all’interno della coppia, ma anche con l’aiuto di operatori sensibili e competenti a cui è necessario affidare pensieri, fantasie, dubbi e paure senza il timore di essere giudicati. Questo confronto metterà la coppia nella condizione di analizzare criticamente la scelta che sta facendo e decidere se proseguire in questo percorso che la porterà a dichiarare la propria disponibilità ad adottare un bambino.

 

 

[1]ANDOLFI, M., CHISTOLINI, M., D’ANDREA, A. , La famiglia adottiva tra crisi e sviluppo, Franco Angeli, 2017, pag. 89.

[2]CIGOLI, V., SCABINI, E., Il famigliare. Legami, simboli e transizioni. Milano: Raffaello Cortina, 2000.

[3] Art. 22. – 1. Coloro che intendono adottare devono presentare domanda al tribunale per i minorenni, specificando l’eventuale disponibilità ad adottare più fratelli ovvero minori che si trovino nelle condizioni indicate dall’articolo 3, comma 1, della legge 5 febbraio 1992, n.  104, concernente l’assistenza, l’integrazione sociale e i diritti delle persone handicappate. È ammissibile la presentazione di più domande anche successive a più tribunali per i minorenni, purchè in ogni caso se ne dia comunicazione a tutti i tribunali precedentemente aditi. I tribunali cui la domanda è presentata possono richiedere copia degli atti di parte ed istruttori, relativi ai medesimi coniugi, agli altri tribunali; gli atti possono altresì essere comunicati d’ufficio. La domanda decade dopo tre anni dalla presentazione e può essere rinnovata.